lunedì 19 novembre 2012

E' scandaloso, ma sui treni non c'è un neurochirurgo di turno

Leggo, sul sito del Corriere, dello sfortunato caso di un uomo di 56 anni che, a Torino, dopo aver corso per salire al volo su un treno ad alta velocità diretto a Milano è stato colto da infarto poco dopo la partenza, “ma sul treno non c’è un defibrillatore” dice il titolo, e quindi è morto; sottointeso: che scandalo!

Mi dispiace sinceramente per quell’uomo e per la sua famiglia ma sul treno, se vogliamo mettere i puntini sulle i, non c’è nemmeno una fiala di insulina o una di adrenalina; sul treno non c’è una macchina cuore-polmone o un respiratore artificiale. Per dirla tutta non c’è nemmeno il neurochirurgo di turno e, vergogna delle vergogne, sul treno non si può fare una semplicissima TAC.

E’ l’illusione, tutta occidentale, di credere che se qualcosa va storto è solo a causa di uno sbaglio di distrazione. Basterebbe un po’ più di organizzazione, un po’ più di attenzione, un po’ più di analisi e il mondo sarebbe perfetto, come un software senza bachi, ammesso che ne esista uno.

E’ l’illusione, tutta italiana, di credere che se qualcosa va storto è solo per colpa di qualcuno. Ti pare possibile che le Ferrovie dello Stato non possano pensare a una cosa così ovvia e banale come mettere un defibrillatore su ogni treno? Se fossi un magistrato aprirei un’indagine.

Dovremmo ringraziare Dio per il dono dell’imprevisto che ci ricorda che non ci facciamo da soli e che il destino è un mistero? Forse è così. Io, per intanto, ho messo in frigo il siero antivipera. Non si sa mai cosa si può trovare in cantina.




E’ scandaloso, ma sui treni non c’è un neurochirurgo di turno | Tempi.it 

martedì 25 settembre 2012

Sui temi che mi stanno più a cuore circolano vagonate di bugie

Quando sono arrivata a scuola di giornalismo il mio ideale di cronista era Erodoto, mentre l’ultimo evento politico di cui avevo avuto notizia era il crollo dell’impero romano. Il mondo dei giornali era per me del tutto nuovo, per cui quando mi hanno insegnato che i giornalisti raccontano la realtà me la sono bevuta.

Adesso, a diciotto anni dal passaggio da Tacito a Montanelli, le idee mi si sono un po’ chiarite: i giornali non raffigurano affatto la realtà. Se va bene raccontano le notizie, cioè quello che si discosta dalla norma (il famoso uomo che morde il cane, o nel mio caso, che so, una mattina che mi sveglio e trovo subito gli occhiali), ma il più delle volte cercano di plasmarla, la realtà.

Sui temi che mi stanno più a cuore – la vita, il suo fine e il suo inizio, la famiglia, l’identità maschile e femminile – circolano vagonate di bugie, e sono diffuse da talmente tante fonti, e con effetto più che stereo, dolby surround direi, che è quasi impossibile non venirne contaminati. E, per la famosa regola, una bugia a forza di ripeterla diventa vera.

Uno dei temi sui quali sembra si siano coalizzati quasi tutti i mezzi di comunicazione è quello dell’ideologia dell’identità di genere, che possiamo riassumere grosso modo così: maschio e femmina non sono identità naturali e donate dal Creatore, ma orientamenti fluidi che possono essere influenzati dalle nostre scelte, dalla cultura, dalle esperienze. Mi sfugge quale sia il disegno che rende così fissati i miei colleghi su questo tema, ma non c’è giorno in cui i giornali mainstreaming non buttino giù un pezzettino di muro, nel tentativo di distruggere qualche metro delle fondamenta naturali su cui si fonda la nostra civiltà. Non c’è giorno che non esca articolo per dire quanto siano dolci gli uomini che fanno cose da donne, allegre le famiglie allargate, magari con due sedicenti genitori dello stesso sesso, meritevoli le neomamme cinquantacinquenni, responsabili quelle che abortiscono se non è il momento, realizzate quelle che fanno carriera, simpatici gli omosessuali che fingono di andare contro i tabu (mentre l’ultimo tabu rimasto è al contrario dire che potrebbero essere persone che non hanno avuto uno sviluppo completamente armonioso della personalità – teoria ampiamente diffusa tra gli psichiatri – tanto che si voleva rendere addirittura un reato l’esprimere questa posizione).

Alla fine, insisti insisti, succede che ti trovi l’Internazionale con in copertina il titolo “Che male c’è se un bambino si veste da femmina”, e all’interno un articolo a mio avviso delirante tradotto dal New York Times, giornale non solo diffusissimo ma anche influente, letto dalla gente che conta e fa opinione. L’articolo racconta di genitori alle prese con bambini dall’identità sessuale incerta (come se non fosse normale che i bambini questa identità la vadano strutturando crescendo, e possano formarla solo rapportandosi a due genitori, maschio e femmina, che offrano modelli positivi dei due sessi), ed è talmente tendenzioso da rendere incredibile il fatto che la sua autrice insegni giornalismo alla Columbia University. Descrive i genitori che mandano i “figli rosa” (che nome orribile) in vacanza in campi per bambini di genere variante (che nome ridicolo), e li descrive come spaventati, assediati, criticati da noi orribili benpensanti che ancora pensiamo che un maschio sia un maschio e una femmina una femmina. Come se si trattasse degli unici illuminati in una società cattiva che, pensa, pretende addirittura di sostenere che ci sia una realtà, un bene oggettivo e assoluto, che ci sia qualcosa che non dipenda dalla nostra opinione. Solo a un certo punto, per sbaglio, sfugge all’autrice, Ruth Padawer, un barlume di verità: “quasi tutti i genitori che consentono ai figli di vivere nello “spazio intermedio” erano persone aperte (notare la tendenziosità) anche prima di avere un bambino rosa, pronti a difendere i diritti dei gay (parola che vuol dire contento, e dunque di nuovo tendenziosa) e l’uguaglianza (uguaglianza a che?) delle donne e a mettere in discussione il confine tradizionale (sei tu quella vecchia, cara Ruth) tra virilità e femminilità”. Questa per me è la chiave: sono i genitori a trasmettere l’identità sessuale, e se in loro questa non è armoniosa può succedere che anche il figlio non l’abbia chiara.

Il messaggio dell’articolo invece è “non li turbate, non li aiutate, lasciateli stare se sono incerti in un momento del loro sviluppo”. Io non so quanto funzionerà questo martellamento culturale, continuo, ossessivo. L’unica consolazione è che al momento, se guardo i miei figli e i loro amichetti, mi sembra che certi miei colleghi il mondo reale non lo vedano manco col cannocchiale.

A casa mia per esempio se una cosa è veramente brutta le bambine dicono: “ma che schifo, è da maschio!”, e i loro fratelli: “ma che schifo è da femmina!”, con espressione parimenti schifata. Anche noi in casa siamo per la parità.

di Costanza Miriano

 

Aggiungo: attenzione alla domanda “che male c’è”. Oltre ad essere una richiesta al ribasso (dobbiamo tendere al bene, non dimentichiamocelo mai, e la stessa domanda può essere posta in modo più edificante per noi: “che bene c’è?” ti fa chiedere perchè fai una cosa) è il modo che il demonio usa per scardinare la porta del nostro cuore.

lunedì 6 agosto 2012

mare mare

Che giornata, sabato. Forse voi piccoli potreste ricordare le litigate tra i vostri genitori, come al solito risolta da un salutare bagno di umiltà da parte di uno dei due. È iniziata con un bel bagno al mare, ristorante, ricerca spasmodica di F che si era smarrito nel camping, ritrovamento di F nel camping limitrofo mentre la signora della reception lo intratteneva con adesivi e braccialetto del villaggio, in attesa dell’arrivo paterno che si è precipitato in bicicletta.

Nel marasma, mannaggia, le borse mare e zaino con vari effetti personali sono rimasti al ristorante. Ce ne siamo accorti dopo 2 ore di viaggio e mentre scrivo stiamo ancora brigando per riportarle in qualche maniera a destinazione.

Devo rimarcare che sono stato contento del vostro comportamento, in compagnia tutto riesce meglio (se la compagnia è buona e attenta al fine della vita). E osservo con tristezza la solitudine di chi si affida alla compagnia degli animatori del villaggio quasi cercasse qualcosa che non conosce ma di cui sente la presenza. Baby club, baby dance (che assomiglia ai tentacoli del potere per sequestrare i piccini e portarli con se nel nichilismo discotecaro e nella vacuità dell’esistenza) non colmano il vuoto di una compagnia sbagliata.

lunedì 16 luglio 2012

in vacanza

In vacanza posso scrivere qualcosa di più: è bello e miracoloso vedervi in azione. Siete proprio simpatici. Jacopo non è stato fermo un minuto per tutta la giornata (e noi genitori ne risentiamo la sera: ‘notte, ‘notte sono le ultime nostre parole della giornata). Filippo si è addormentato al ritorno dalla gita al forte di Oga e ci sono volute due ore, precisamente dalle 17 alle 19 per svegliarlo. Pietro, nonostante la testata ricevuta la sera prima sugli incisivi dal fratellino irrequieto si è esaltato nel visitare i residuati bellici.

Mi sembra di intravedere già la vostra inclinazione tra il tessuto del vostro agire: scopritela guardandovi mentre fate le cose, cosa vi piace, cosa no. E abbiate tenerezza verso voi stessi.

P

 

 

 

domenica 8 luglio 2012

“ io sono di più di quanto il tuo sguardo tenda a ridurmi”

I dati pubblicati dal Daily Mail parlano chiaro: una ricerca condotta
nelle scuole statunitenti mostra come sia in costante aumento l'invio
di foto erotiche tra gli adolescenti americani. Sarebbero quasi un
terzo che le ragazze che hanno inviato a qualche amico una propria
foto senza vestiti, mentre più della metà delle giovani intervistate
ha dichiarato di aver ricevuto richieste di materiale di questo genere
da altre persone. «Attenzione, non fraintendiamo ciò di cui stiamo
parlando. Queste tendenze tra i giovani ci sono sempre state, e non
vanno esasperate. Il fatto che siano in aumento è dovuto al
moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione che le permettono». A parlare
è Silvano Petrosino, professore di Semiotica all'Università Cattolica
di Milano. «La cosa che invece pare interessante è riflettere
sull'idea di pudore».
In che senso?
Bisogna intendersi chiaramente su cosa questo sia, non tutti sono
d'accordo su una sua interpretazione univoca. Io penso che il pudore
sia una forma di difesa da parte del soggetto di fronte ad uno sguardo
che tende a ridurlo ad oggetto. C'è un esempio molto chiaro: la
ragazza che si copre le gambe in metrò quando un uomo la guarda
insistentemente. Perché lo fa? Vuole dire: "Io sono di più di quelle
gambe, io sono di più di quanto il tuo sguardo tenda a ridurmi". A
pensarci bene quindi, nel pudore c'è qualcosa di grandioso, perché
inconsapevolmente c'è un'idea di salvaguardia del mistero del
soggetto. "Io non so cosa sono, però so che sono una cosa preziosa e
misteriosa che non può essere ridotta all'aspetto fisico".
Ma se allora questo pudore si sta perdendo, vuol dire che non c'è più
questa paura ad essere ridotti?
Qui sì che c'entra la nostra società. In una ragazza che tende ad
ostentare il proprio corpo l'adulto percepisce che c'è qualcosa che
non va non per questioni morali, ma per la dignità stessa della
persona. C'è dietro un disagio, legato alla concezione che una
ragazzina ha di sé: non è capace di fare altro che ridursi al suo
corpo. Si può fare un paragone con un miliardario, che non fa altro
che parlare della sua Ferrari: la sua dignità è identificata dal
possesso di quella macchina. La società di oggi che è fortemente
improntata sul consumo, tende a ridurre tutto all'aspetto
commercializzabile. Non c'è dietro un progetto, sia chiaro, ma è una
tendenza naturale. Un seno è immediatamente commercializzabile, la
misteriosa interiorità di una ragazza non lo è.
C'è un modo per rispondere a questa tendenza?
È un problema enorme, che non si può ridurre alle solo norme, o alla
deontologia professionale: non possiamo credere di risolvere il
problema con dei divieti, come si fa molto nelle scuole ora. Prima di
tutto bisogna recuperare un'idea di uomo drammatica, misteriosa,
complessa. Cioè bisogna imparare a dire ai ragazzi: "Tu sei molto di
più del tuo seno, o della tua Ferrari". La norma può andare bene
nell'immediato, di fronte ad urgenza, ma non può bastare. Serve
un'educazione ad avere una concezione più alta di sé.
Qualche giorno fa ha fatto notizia quanto accaduto a Firenze: due
persone una sera si mettono a fare sesso tra i motorini, nel centro
della città, e la gente al posto che intervenire, o chiamare la
polizia, tira fuori i telefonini e si mette a scattare foto. Perché
tutto questo gusto quasi morboso?
Perché l'uomo è sempre stato un voyour, e non solo il maschio.
Semplicemente ora in più ci sono i mezzi per vivere quella scena,
filmarla, mandarla ai tuoi amici e vivere un momento di protagonismo.
È una cosa abbastanza costante, è un modo per dire "Io esisto". La
società di oggi tende a favorire questo, e a renderlo possibile
tecnicamente. Quanta gente di fronte ad un uomo che soffre si mette a
scattargli una foto? Ma tra chi fotografa e chi no ci sono due diverse
concezioni di società: chi fotografa è come se dicesse "ora o mai più
posso essere protagonista"; l'altro invece ha una concezione più ampia
e più ragionevole, che afferma "Ora io lo curo". Sono due risposte
diverse alla stessa domanda: chi sono io?
Qualche settimana fa è successo un fatto simile, piccolo ma che ha
fatto molto riflettere. Mi riferisco ai tanti filmati che la gente ha
fatto all'attore Massimo Ceccherini, trovato ubriaco per strada.
Bestemmiava, e la gente era lì col telefono in mano a riprenderlo.
Cosa attrae tanto di una scena simile?
È la stessa domanda di prima: "Chi sono?" "Io sono quello che c'era,
era lì". Anzi, io sono quella foto lì. Oltretutto viviamo in una
società che pretende che tu sia sempre eccellente: per essere qualcuno
devi essere eccellente, ma chiaramente non riusciamo ad esserlo
sempre. Come rimediare? Fotografando l'eccellenza, a maggior ragione
se questa sta sbagliando. Un ubriaco qualsiasi che bestemmia fuori
dalla stazione non lo filmerebbe nessuno, l'attore famoso sì. È una
cosa simile a quella che mi è successa qualche tempo fa: ero in
Vaticano l'ultima volta che sono stati nominati alcuni vescovi, e
quando è entrato il Papa moltissime persone si sono messi a
fotografarlo. È lo stesso meccanismo: di fronte al Pontefice, che è
una persona esemplare, io tiro fuori il cellulare e lo fotografo. È
una cosa più forte di noi: io non sono eccellente, ho davanti il Papa
ed è irresistibile, anche se sono in Chiesa. Certo, non voglio mettere
sullo stesso piano Benedetto XVI all'attore ubriaco, ma ciò che muove
quel desiderio di fotografare è lo stesso.


da: Sexting tra adolescenti. Riscopriamo il pudore | Tempi.it

venerdì 29 giugno 2012

Furia cattolica

La differenza tra gli studenti sul bus e quelli in classe.

Professore confessa pulsioni omicide

 

 

Le Controriforme di oggi le scrivo in classe, mentre i miei alunni fanno il tema, e io ne approfitto per gli affari miei. Da questa cattedra, ogni giorno, porto avanti il mio

piccolissimo Concilio di Trento (a Trento ci vivo), con i "protestanti" del presente: anche oggi come allora decisissimi a proclamare il "libero esame", la fine dell'autorità, il rapporto "personale" con le materie... La mattinata inizia sull'autobus: pieno di ragazzi di ogni età che si recano a scuola. Vedo volti addormentati, con le cuffie alle orecchie e il cellulare in mano, che agitano le dita, frenetiche come la musica che gli trapana la testa. Questi giovani tecnologici non hanno spesso neppure il tempo di accendere il cervello, la mattina, che già lo riempiono d'altro. Forse si sono addormentati, la sera, con la televisione accesa, posizionata in camera, per maggior comodità, soprattutto dei genitori: così ognuno fa i fatti propri, senza disturbare l'armonia familiare. Non penso che per molti di loro possa ripetersi quello che accadeva a Ungaretti, quando in mezzo al silenzio, afferrava un concetto, un'idea importante: "Quando trovo una parola/ in questo mio silenzio/ scavata è come un abisso". Devo dire che questo spettacolo mattiniero a volte mi irrita, a volte mi sgomenta. Soprattutto se osservo il volto di qualche ragazzina già conciata come una donna vissuta. C'è, nell'abbigliamento di molte, nel linguaggio volgare, nel trucco eccessivo, qualcosa che urta la mia idea stilnovistica di donna-angelo. Quasi mi aspetto che da qualche volto, ancora così giovane, esca improvvisa la voce stridula di una vecchia; che qualcuna di queste ragazzette, che avrebbero messo in imbarazzo e intimidito il Don Giovanni, si trasformi improvvisamente, come nei dipinti di Bosch, in una maschera deforme. Mi chiedo, mentre giro gli occhi, se questi ragazzi hanno mai ascoltato le favole, dopo i tre anni di età, o se sono passati direttamente ai fangosi reality show, o agli spettacoli immorali di Costanzo, o della De Filippi. Mi chiedo ancora se questi giovani, così senili, all'aspetto, spesso con le mutande che fuoriescono, ostentatamente, hanno mai assaporato l'infanzia, o se qualcuno gliel'ha rubata, insieme all'innocenza, prima del tempo.

Poi arrivo a scuola, e volti simili li ritrovo in classe. Però stavolta sono facce conosciute, a me care, e non riesco a guardarle come sull'autobus. Di fronte a loro non provo più fastidio, ma simpatia, tenerezza, e talora compassione. Se penso alla loro storia, alle vicende della loro vita, mi sento uomo d'altri tempi, innegabilmente migliori, s'intende. Solo quindici anni, fa; per capirci, quando andavo a scuola, di psicologi non c'era traccia: ricordo di non averne mai visto uno, neppure di schiena. Oggi ogni scuola ha il suo bravo psicologo e tedia i professori con aggiornamenti, corsi sulla prevenzione, sul disagio e su mille altri terribili problemi. Corsi che potrebbero essere sostituiti, in massa, con la semplice lettura di un po' di sana pedagogia alla don Bosco. Ebbene, sto guardando i miei ragazzi. C'è una alunna abbandonata dal padre, ancora bambina: facile all'ira, agli sbalzi umorali, "mobile qual piuma al vento". Sicuramente non felice. Parla spesso di cose difficili, che neppure conosco, che forse hanno a che fare col sesso, o comunque con divertimenti sempre della stessa, monotona tipologia. Mi dice che il sabato sera è usanza ubriacarsi: le ragazze, spiega, più ancora dei maschi, perché il mondo evolve veloce. Un'altra ragazza ha l'anoressia: è una delle tipiche malattie moderne, e pare che una delle cause sia la mancanza d'affetto. Penso ai suoi discorsi, e mi sembra di poter confermare: in qualche modo "mancano" i genitori. Poi c'è un alunno, che sino a ieri era molto brillante: da poco il padre ha lasciato la famiglia, con quelle argomentazioni di moda, che non si riescono a riassumere perché non stanno in piedi. Ora lo vedo insicuro, spaventato, scrupoloso sino all'inverosimile.

Occorre proseguire? Chiedo solo se sono questi i frutti miracolosi dei "diritti civili". Eppure ce ne vogliono regalare altri: la pillola abortiva, la droga libera, il diritto a essere figli di omosessuali, di una mamma-nonna, oppure di due genitori che si sono ripudiati, senza neppure preavviso, dopo un pacs trimestrale... Devo assolutamente oppormi: altrimenti tra vent'anni potrei essere uno di quei professori che alla fine, esasperati, prendono un mitra e ammazzano i loro studenti. Solo che io andrei a casa dei genitori e ammazzerei quelli. Mi sono convinto che sia la soluzione più equa.

Francesco Agnoli

 

·         [PD] bello, il silenzio;

·         l’affezione o è stabile o è merce di scambio.

 

 

martedì 19 giugno 2012

Introduzione

Cari figlioli, sto scrivendo questa lettera dal lavoro e sarò per forza breve. Devo impiegare il tempo per fare bene del mio.

Ogni giorno mi chiedo come posso fare per educarvi a diventare uomini veri e prego Iddio perchè vi conceda un percorso sulla via della santità. Il miglior strumento per raggiungere l’obiettivo è scegliersi il maestro, anzi, farsi scegliere dal maestro giusto. Io posso solo indicarvelo ma voi dovete avere la perseveranza di seguirlo.

 

PS. Qui tra le lettere aggiungerò anche qualche articolo di giornale che ho trovato interessante

 

 

Formigoni: o ci arrendiamo al potere o mettiamo le mani in pasta | Tempi.it

«Presidente vorrei invitarla a parlare alla mia scuola…». Non ci credeva troppo Giovanni, terza liceo classico, quando ha rivolto l’invito al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, per capire di più «cosa sta succedendo alla politica regionale, italiana e europea. E perché se la Lombardia è così efficiente viene colpita anziché imitata». Formigoni sorride ironico davanti a una platea di 400 giovani del liceo Don Gnocchi e dell’Associazione In-Presa di Carate Brianza riuniti per la manifestazione In-Festa, in corso in questi giorni, dal titolo “La conoscenza è un avvenimento, l’educazione è un lavoro”.

I ragazzi si mettono in fila per le domande. Mentre Formigoni risponde alla prima: «È vero, la Lombardia è la locomotiva d’Italia come dimostrano i dati, il Pil, il numero dei brevetti e il fatto che è considerata uno dei quattro motori d’Europa. Ma cosa rende possibile questo? È innanzitutto il carattere dei lombardi che amano lavorare bene, che sono operosi senza mitizzare il lavoro. Perciò è semplice, è un piacere governare, cioè sostenere un popolo così».
C’è da chiedersi come mai prima dell’arrivo del presidente, nel 1995, gli ospedali lombardi avessero file d’attesa interminabili, gli ospedali privati fossero aperti solo ai super ricchi, le famiglie chiedessero più sostegni e la libertà di educazione non fosse effettiva. «Perché si può governare in due modi. O pensando che il proprio progetto è quello giusto e lo si cala dall’altro senza guardare alla realtà, generando solo più burocrazia e quindi ostacolando la libera iniziativa. Oppure si interpellano i cittadini che hanno “le mani in pasta” per capire che proposte politiche hanno e facendo in modo di sostenerle».

I ragazzi chiedono esempi concreti di quella che Formigoni definisce sussidiarietà. «Penso alle famiglie. Per aiutarle chiamai in Regione le realtà associative. Chiesi loro: “Quali i problemi? Che proposte avete per risolverli?”. Il fatto di sentirsi interpellate le ha fatte muovere con grande creatività. Sono stati presentati dal basso più di 5 mila progetti. Noi abbiamo solo pensato a come intervenire per finanziarli laddove i cittadini non riuscivano a fare da sé. Poi, in sede nazionale, il Forum delle famiglie indicò la nostra legge come modello italiano».

Presidente, perché ha deciso di entrare in politica? «Io sono cresciuto quando l’ideologia comunista e anticlericale voleva imporsi tramite l’educazione statale. Mi ribellavo a questo potere. È la famiglia che deve educare. Perciò, quando sono stato eletto, volevo fare qualcosa per rendere effettiva questa libertà, spesso frenata da limiti economici. La scuole non statali, infatti, non sono mai state davvero supportate. E sapete perché? Perché il potere odia la gente libera. E siccome l’Italia è piena di gente libera e di cattolici di buona volontà si aveva paura che finanziandoli le loro scuole si sarebbero riempite perché funzionanti. E così il morbo cattolico si sarebbe diffuso».

Le Regioni, si sa, non hanno accesso ai fondi ministeriali per l’Istruzione, ma la Lombardia ha risparmiato per creare il buono scuola, coronando quello che il presidente definisce il «mio primo sogno realizzato». Anna, studentessa dell’ultimo anno di liceo classico, chiede perché allora tanto odio verso la politica. E come possono impegnarsi dei giovani cattolici come lei in un mondo che dice che non vale la pena nulla. «Cara Anna, questa è la situazione, qui giocati. Noi siamo uomini del nostro tempo, con i problemi e le ansie di tutti. Ma quello che abbiamo incontrato ci chiede di essere testimoniato, mostrando il fascino della vita con Gesù. Questo è il nostro compito, in ogni ambiente di lavoro, in parrocchia, a casa. E quindi anche in politica siamo chiamati a dare il nostro contributo per la costruzione della polis. Perciò di scuole, ospedali, opere sociali e anche facendo politica in senso stretto».

Oggi la politica, però, è vista come sporca. Appunto, dice Formigoni: «Oggi assistiamo alla delegittimazione della politica, che certo non è fatta di molti buoni esempi, e perciò vi viene da odiarla. Ma spesso i giornali semplificano ciò che è complicato, mettendo i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Così nasce anche il fenomeno del grillismo. Ma perché avviene questo? Perché se riusciranno a farvi pensare che è meglio stare fuori dalla politica lor signori avranno ottenuto quello che vorranno: un potere senza controllo. Per questo occorre impegnarsi. Avete la responsabilità di difendere quanto state ricevendo. E di lottare per vivere e comunicare l’eredità cristiana che vi è stata lasciata». Come fare? «Stando legati ai luoghi che la vivono. Altrimenti? La spazzeranno via. Prendete in mano la vostra vita e abbiate il coraggio di seguire l’ideale che i vostri genitori e professori e la Chiesa vi indicano». Qui Formigoni confessa la ragione per cui ha accettato di parlare a tanti giovani: «La difesa di un ideale vissuto». Arrivando di persona dove non riesce o non può con i mezzi di comunicazione.

Stefano, studente dell’ultimo anno del liceo Giuridico economico, vuole sapere ancora una cosa: «Vista la crisi, il federalismo di cui tanto lei parla è ancora auspicabile? ». «Il federalismo – risponde il presidente – è necessario per realizzare la sussidiarietà. Il mondo globale è sempre più veloce, i governi quindi devono lasciare più autonomia decisionale ai territori. Solo così l’Italia sarà un corpo unito dove ogni “arto” fa il suo mestiere. Il Nord tenga l’Italia in Europa e il Sud si occupi del Mediterraneo, che sta tornando un’area privilegiata scelta recentemente dai cinesi, dopo centinaia di anni, come canale di entrata in Europa. Così si fa l’unità, nelle specificità. Altrimenti unità coinciderà con ingessamento del paese».

Tanti fatti. Grandi idee di cui poco si parla. Però tutte quelle accuse sulla presunta corruzione della Regione, quei titoli di giornale che parlano di scandalo nella sanità lombarda restano. «Lo devo ribadire: io lavoro 12 ore al giorno e, come la maggioranza dei cittadini lombardi, vado in ferie due settimane d’estate e una d’inverso. Lavoro con la gente e non faccio il comodo di particolari gruppi di potere. Sì, sono andato due volte all’estero e ho speso 5 mila euro per due vacanze. Lo rifarei? Forse no, vista la crisi, anche se allora non c’era. Ma non posso cedere al moralismo di chi dice che siccome sono amico di due persone indagate, e non ancora accusate di nulla (anzi una, Antonio Simone, è in carcere per la seconda volta senza che nessuno si sia scusato con lui perché la prima volta fu arrestato e messo alla gogna per poi risultare innocente), allora significa che sono un corrotto. Si parla di scandali in Regione quando né io né i miei assessori abbiamo ricevuto alcun avviso di garanzia. Nonostante questo, però, parlano di scandali. Io non li vedo, a meno che non si voglia considerare reato il mio carattere vanitoso o le vacanze che mi sono pagato io, in cui ho condiviso qualche conto con gli amici».

Formigoni va poi all’attacco: «Mi si permetta una domanda. Perché noi che siamo l’unica Regione italiana con un bilancio in attivo, che chiediamo allo Stato meno soldi per la Sanità, e nello stesso tempo siamo i più efficienti, veniamo indagati mentre in altre Regioni, come il Lazio, dove i buchi sanitari sono enormi e gli ospedali fanno spavento, nessuno si preoccupa di controllare? Io sapevo che la corruzione era associata con l’inefficienza, lo spreco e i debiti. Ma forse serve tutto a prendere in mano con mezzi non politici la Regione che meglio funziona. Perché, ragazzi, non esistono giornali neutri, sono sempre espressioni di un altro potere. Non vi dico quale sia meglio, ma almeno sappiate come stanno le cose. Cercate di approfondire, chiedete. Sono qui per questo. Per dirvi di tenere aperti gli occhi, di farvi un’idea vostra, di essere critici sempre. Per scegliere voi cosa vale e non lasciare che siano altri a prendere in mano il vostro destino»

venerdì 15 giugno 2012

Guareschi - Rivoluzione d'ottobre

Camminammo in silenzio per le strade del dolce autunno milanese e ben
presto arrivammo dove dovevamo arrivare.

Nel piazzale davanti alla scuola c'era gente: mamme, babbi, bambini,
bambine e bidelli come nelle prime pagine di Cuore: e io ripensai
all'altra volta, quando avevo portato nello stesso piazzale Albertino
e poi lo avevo abbandonato ed egli era scomparso nella mandria, come
un mattone nel muro.

Io sentivo nella mia mano la piccola mano tiepida della Pasionaria e
vedevo le mamme ed i bimbi ed i babbi, ma non respiravo l'aria di
Cuore e non pensavo alle paroline zuccherate di Edmondo De Amicis.

Avevo la bocca piena di parole amare e le masticavo a bocca chiusa e
le mandavo giù, una per una, e molte mi si fermavano in gola. Ancora
una volta dunque sta per avvenire il sopruso e io dovrò lasciare la
tua mano, Pasionaria, e tu andrai ad incunearti nel buchino rimasto
aperto nel muro.

Dunque addio anche a te, Pasionaria: tu esci dalla mia vita ed entri
nella vita dello Stato.

Ti insegneranno l'ipocrisia statale e anche i tuoi pensieri non
saranno più tuoi e vedrai le cose con gli occhi del Ministero.
...

Adios, Pasionaria: lo Stato fa le strade e fa camminare le ferrovie e
illumina le città, di notte, ma ci toglie la libertà, e regola i
nostri atti e anche i nostri pensieri, e sempre più ci avvince nella
matassa ormai inestricabile delle sue leggi e dei suoi regolamenti, e
sempre più ci trasforma in trascurabili ingranaggi di un'orrenda
macchina che consuma sangue e serve solo a macinare aria.

E io che mi indigno se il treno ritarda di cinque minuti, il treno
dello Stato, io ora sono pieno di amarezza perchè debbo permettere che
lo Stato mi porti via la mia bambina per insegnarle l'abicì
governativo.

Quale tempesta nel tenero cranio di un povero borghese che cerca di
difendere la propria personalità e quella dei suoi figlioli da quel
mostro che egli stesso ha contribuito a creare e che egli stesso
alimenta, togliendosi il pane di bocca. Adios, Pasionaria.

* * *
Ormai le squadre si erano composte e le mamme e i padri si erano
ritirati in mezzo al piazzale e i bambini erano rimasti tutti soli,
addossati al muro della scuola. Mancava soltanto la Pasionaria ed io
allentai le dita. In quel momento le porte si aprirono ed i bambini
cominciarono ad entrare.
Un tassì era fermo all'angolo: lo raggiunsi di corsa e, spalancato lo
sportello, mi buttai dentro come un sacco di patate. La macchina partì
di gran carriera e navigò per le strade di Milano e puntò verso la
periferia. E, quando fu davanti all'acqua azzurra dell'Idroscalo, la
macchina si fermò e noi scendemmo.
Dico "scendemmo" perchè la Pasionaria era con me.

La Pasionaria era col ribelle. I viali attorno al laghetto erano pieni
di sole e deserti e ci divertimmo parecchio. Ma io pensavo che a casa
ci aspettava lo Stato: Margherita.
E questo mi amareggiò il divertimento. E quando a mezzogiorno
tornammo, Margherita domandò alla Pasionaria com'era andata e la
Pasionaria rispose che era andato tutto bene, che la signora maestra
era buona, eccetera eccetera.

Poi mi guardò strizzandomi l'occhio perchè si era stabilito che lei
avrebbe dovuto dire questo e quest'altro, e così, con una strizzatina
d'occhio, finì la mia rivoluzione d'ottobre.

Sì al profilattico? Piano, è soltanto il minore dei mali

Dal "Giorno" 21 / 04 / 06

ETICA E SESSO:

Un distinguo sulle parole del cardinal Martini sul condom anti Aids



di ALESSANDRO MAGGIOLINI



Sì al profilattico? Piano, è soltanto il minore dei mali



Che sia un cardinale ad ammettere il profilattico nei rapporti sessuali tra
persone di cui almeno una è malata e contagiosa, può risultare strano. E strano
lo è. Per stare ai fatti: sull'Espresso di oggi il cardinal Martini ammette che
l'uso del profilattico sarebbe consentito almeno in caso di malattia
trasmissibile: Il motivo di questo che potrebbe apparire una specie di permesso
etico consiste nel fatto che si sceglierebbe il male minore rispetto alla
continenza assoluta. Le risposte morali vanno collocate nel contesto in cui sono
pronunciate. Sarebbe sconsideratezza che una affermazione di questo genere fosse
pronunciata in una predica generica o pubblicata in un volume di etica cristiana
magari divulgativa. E siamo alla solita questione che obbliga a distinguere i
fatti oggettivi dalle intenzioni soggettive. Situazioni trepide possono darsi -
e si danno - spesso quando sembra che due doveri configgano tra di loro: il
dovere di non trasmettere un contagio e l'opportunità di esprimersi sessualmente
in certe circostanze in cui sembra non si possa agire diversamente. Ma appunto:
un conto è un dovere; un altro conto è una opportunità a cui si può sostituire
l'astensione dall'atto coniugale. Il caso muta quando non si dà una educazione
alla sessualità che rispetti e promuova la persona a cui ci si unisce. Ma
allora, siamo ancora in campo morale? Si può parlare di lecito e di illecito, di
peccato o di atto almeno indifferente? Come si nota, la proposta etica va sempre
collocata in un contesto umano che tenga presente tutti gli elementi che lo
compongono: anche le dimensioni soggettive. Allo stato puro una fattispecie
morale può perdere l'intero significato morale. Ha il solo svantaggio di non
esistere come atto responsabile e consapevole. Sempre allo stato puro un
comportamento riprovevole può essere pienamente attribuibile al soggetto umano
come responsabilità e consapevolezza. Di mezzo c'è tutta una gamma che va dalla
malizia alla debolezza umana.

A questo punto ci si può chiedere se un settimanale non soverchiamente pio come
L'Espresso sia la sede opportuna per trattare questioni delicate come questa. Ci
si può chiedere ancora se chi legge ha l'abilità di distinguere l'aspetto
oggettivo e l'aspetto soggettivo del comportamento. Soprattutto se è un
cardinale a parlarne.